ARTICOLO 18/ Prepariamoci alle barricate! (di Ugo Degl’Innocenti)
E’ come pretendere che al vigile urbano sia impedito di fare la multa all’automobilista che commette un’infrazione al codice della strada. Così Confindustria pretende che al giudice del lavoro sia impedito di valutare i motivi che hanno portato a un licenziamento individuale e di reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore licenziato, una volta accertata l’infondatezza di tali motivi. Nel corso della trattative di questi giorni si parla di sospensione temporanea dell’articolo 18 per le nuove imprese, di ridimensionare la discrezionalità del giudice nel valutare il motivo del licenziamento e quant’altro, ma la sostanza è questa: gli industriali vogliono poter fare quel che gli pare, compiere ingiustizie a loro piacimento, impedire che un giudice del lavoro possa ficcare il naso nelle loro malefatte.
Il segretario della Cigil, Susanna Camusso, definisce l’articolo 18 “pilastro di civilità”. E la ragione è semplice e adamantina: la norma limita la possibilità di commettere ingiustizie. Basta leggere il solo primo comma per capirlo: “Art. 18 – Reintegrazione nel posto di lavoro. Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.”.
Chiaro? Se un datore di lavoro s’è inventato frottole per cacciare un lavoratore non gradito dalla propria azienda, il giudice può ripristinare la situazione che esisteva prima dell’atto illegittimo, reintegrando nel posto di lavoro il lavoratore ingiustamente licenziato. E’chiaro che si tratta di un formidabile deterrente nei confronti di chi vorrebbe trasformare il mercato del lavoro in far west. L’applicazione della reintegrazione, secondo stime attribuite alla Cigil, riguarderebbe una sessantina di casi l’anno su seimila cause. Leggo sul Corriere della sera dell’8 febbraio 2012 (pagina 13) che in cinque anni “su 31 mila cause contro i licenziamenti considerati illegittimi soltanto l’1% si sarebbe risolta con il reintegro del lavoratore.”. Quindi, stiamo parlando di numeri piccoli, soprattutto se pensiamo alle centinaia di migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi anni a causa della crisi economica. Ma che cosa accadrebbe se non esistesse l’articolo 18?
Il sillogismo che Confindustria ripropone ciclicamente e con pervicacia è il seguente: dare la libertà di licenziare agevola le assunzioni. Credo che tale malsana concezione sia da respingere con forza, additando nel contempo la cattiva coscienza degli industriali alla pubblica riprovazione. Altroché storie. D’altronde, la cronaca degli ultimi anni dovrebbe essere maestra. A sentire Confindustria, la mancanza di una contrattazione flessibile era causa di scarsa competitività. Poi è arrivata la riforma Biagi che ha aperto la strada a una miriade di nuove forme contrattuali (cocopro, lavoro interinale, ecc.). Risultato: una drammatica precarizzazione del mercato del lavoro. Ma agli industriali non basta: vogliono pure smontare l’articolo 18. E trovano spesso sponde nei governi. Ricordate il tormentone che si è scatenato quando Bobo Maroni era ministro del welfare?
Adesso che al governo ci sono persino i rappresentanti dei templi universitari dell’imprenditoria italiana, i professoroni e i professorini al loro seguito, gli industriali hanno rilanciato con la grancassa il loro battage per “una robusta manutenzione dell’articolo 18″, come l’ha definita quello che appare sempre di più l’utile alleato della controparte datoriale, il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni.
E stavolta c’è il rischio che qualcosa riescano a spuntare, vuoi per il consenso coatto di cui gode l’attuale governo tecnico, vuoi per il fatto che in questo governo l’imprenditoria italiana si sente rappresentata più che in passato. Finché è presidente del consiglio, Mario Monti resta autosospeso dalla presidenza della Bocconi, l’università dell’imprenditoria lombarda per eccellenza, mentre dalla Luiss, università targata Confindustria di cui è presidente la stessa Emma Marcegaglia, è giunta nella compagine governativa il vicerettore Paola Severino Di Benedetto, oggi ministro della Giustizia. Una delle prime mosse del ministro del Welfare, Elsa Fornero, è stata proprio quella di mettere in discussione l’articolo 18. Una priorità, per i professori del governo Monti. Per chi invece è tra i sessanta che ogni anno vengono reintegrati grazie all’articolo 18 è un’idea ignobile e balorda.
Da respingere con determinazione.
Ugo Degl’Innocenti

CORTEO 9 APRILE: IL NOSTRO TEMPO E’ ADESSO

